lunedì 13 novembre 2017

God Bless America: Trump e i fondamentalisti cristiani/4


(4. Continua da QUI)

Trump e gli evangelicali
Uno degli aspetti più notevoli della campagna elettorale di Trump è stato il suo instancabile corteggiamento dell’elettorato evangelicale: ha scelto uno di loro come candidato alla vicepresidenza, ha permesso loro di scrivere un’ampia porzione della piattaforma del partito Repubblicano[1], ha promesso di eleggere giudici della Corte Suprema di loro gradimento (a cominciare da Neil Gorsuch[2], scelto da una lista di 21 candidati approvati dai gruppi della destra cristiana[3]) e di abolire i vincoli all’attivismo politico delle chiese (cosa che ha fatto con un ordine esecutivo all’inizio di maggio[4]), ha incontrato centinaia di leader della destra religiosa e ha partecipato a molte loro conferenze. In cambio i capi della destra cristiana, compresi quelli che finora erano sempre rimasti ai margini della politica, lo hanno dichiarato il “prescelto da Dio” per adempiere diverse profezie e distruggere “la diabolica correttezza politica” [5].
Così come è difficile credere che una parte della working class abbia potuto eleggere un miliardario come paladino dei propri interessi, sembra altrettanto assurdo che la destra religiosa lo abbia scelto come proprio candidato, visto il suo stile di vita per nulla morigerato e la sua totale estraneità alla religione (famoso un suo discorso alla Liberty University in cui ha citato la Seconda lettera ai Corinzi chiamandola “Due Corinzi”). Eppure gli evangelicali, che formano il 25% dell’elettorato statunitense[6], hanno votato all’81% per lui[7] (non è azzardato ipotizzare che queste percentuali coincidano in parte con quel 13% dell’elettorato americano convinto che Obama fosse l’anticristo[8]). Trump si è guadagnato il sostegno di questo grosso bacino elettorale appoggiando la destra religiosa sui temi dell’aborto e del matrimonio tradizionale, ma il 55% per cento dei suoi elettori cristiani conservatori ha dichiarato di votarlo perché convinti che porterà “un autentico cambiamento a Washington”. Anche l'uscita degli Usa dall’accordo di Parigi sul clima, che ha suscitato tante critiche all’interno come all’esterno del paese, è avvenuto con il sostanziale appoggio dell’elettorato evangelicale, che solo al 28% crede che i cambiamenti climatici siano causati dall’uomo[9]. L’alleanza fra gli evangelicali bianchi e l’Alt-Right[10] ha segnato il ritorno della destra religiosa alle proprie origini, quelle di un movimento nato per mantenere la way of life del sud segregazionista. E gli evangelicali bianchi sono stati la chiave della vittoria di Trump: se l’Alt-Right gli ha fornito il programma, la destra religiosa gli ha fornito i voti.

4. Continua




[9] http://www.pewinternet.org/2015/10/22/religion-and-views-on-climate-and-energy-issues/
[10] Abbreviazione di Alternative Right, termine coniato dal suprematista bianco Richard Bertrand Spencer per indicare un insieme di idee di estrema destra incentrate sull’«identità bianca» e sulla conservazione della «civiltà occidentale».

mercoledì 8 novembre 2017

Una lettera a Tom Waits



CARO TOM
(You can’t be lovin’ someone who is savage and cruel)

Malgrado le ripetute insistenze della sua amica Gloria, Marta esitava a scrivere quella lettera a Tom. Certi ricordi, le diceva, era meglio lasciarli sepolti nel passato. Ma quel ricordo era duro a morire, e poi, secondo Gloria, se Tom avesse letto la sua lettera magari ci avrebbe scritto sopra una canzone, d’altronde era una storia d’amore malinconica come quelle che piacevano a lui. E così finalmente Marta si era decisa. In realtà non era sicura che fosse davvero una storia d’amore, ma questo magari lo avrebbe giudicato Tom.
Ecco qui la lettera. 


Caro Tom,
la prima volta che ho sentito la tua musica ero al ristorante sulla spiaggia. Il ristorante perfetto. Penombra, candele. La padrona indossava una camicia di seta bianca e si ricordava di me anche se mi vedeva una volta all’anno. Quando assaggiavo una pietanza chiudevo gli occhi per lasciar fuori il resto del mondo. In quel ristorante ci andavo con Gio, il mio fidanzato, e il giorno designato digiunavamo fin dalla mattina per essere sicuri di non saltare neanche una portata. Quella sera nel ristorante perfetto c’era la tua musica. In sottofondo, certo, ma non offenderti: era lei la protagonista della serata. Indagai con la signora dalla camicia di seta, e lei mi mostrò il cd di The Heart of Saturday Night, quello con la copertina in cui, con la cravatta e la sigaretta in bocca, fingi di non notare la ragazza dal vestito color borgogna che ti guarda in modo inequivocabile. Fu amore al primo ascolto.
Qualche anno dopo lasciai Gio. Con lui lasciai i miei vent’anni, la città che amavo, i giorni delle rose e delle osterie, e sull’autostrada piatta e diritta che mi portava via da Bologna, nella malinconia di un tramonto nebbioso della bassa padana, scoppiai finalmente a piangere.
«Perché cavolo piangi?» disse il mio nuovo fidanzato, che guidava la macchina del trasloco. Smisi subito. In effetti, pensai, non c’era motivo di essere triste.
Andai a vivere in riva a un lago, un posto di piogge primaverili e temporali estivi. Ero sicura di poter convincere Alex a fidarsi di me. Ma non si può salvare un amore sbagliato, e così io e Alex non facevamo altro che litigare, lasciarci e riprenderci, e ogni volta giuravo che era l’ultima.
Era il 1999, l’anno in cui sei venuto in Italia, ricordi? Tre sere d’estate a Firenze. Appena l’ho saputo ho cominciato a sognare il momento in cui finalmente ti avrei visto sul palco.
In quel periodo non stavo con Alex, ero in uno di quei momenti di tregua in cui pensavo solo a rimettermi con lui. Lo chiamai per chiedergli se voleva venire al concerto, ma lui rifiutò. Allora chiamai Gio. Eravamo rimasti amici, di nascosto da Alex che si strozzava dalla gelosia ogni volta che lo sentiva nominare. Gio rispose: «Ci penso io», e dopo un’ora mi richiamò dicendo che aveva comprato due degli ultimi biglietti rimasti per il tuo concerto di domenica 25 luglio.
Il piano era questo: sarei partita al mattino con il treno per Milano, e da lì avrei preso la coincidenza per Bologna (e comunque, a proposito di Bologna: se un giorno ti capiterà di tornare in Italia, vai a visitarla, sono sicura che ti piacerà. Siediti in una vecchia osteria e ordina un litro di rosso della casa, e magari qualcuno a un tavolo vicino dirà «Mo vè, c’è Tom Waits», e alzerà il bicchiere per brindare alla tua salute), dove avrei incontrato Gio che mi avrebbe portata a Firenze in macchina.
Un paio di giorni prima, però, la tregua finì e mi rimisi con Alex. Ci incontrammo a una festa dove ovviamente speravo di incontrarlo, e poi il magnetismo dei poli opposti fece il suo dovere. Tornammo a casa insieme, e mentre un temporale estivo creava un'ambientazione adeguatamente drammatica – in quel momento riuscii a pensare che sembrava una pessima sceneggiatura, a dimostrazione del fatto che mi restava ancora un barlume di lucidità – Alex mi rivolse la domanda che gli premeva di più: «Ci vai lo stesso al concerto di Tom Waits?»
Non lo avevo previsto. Non vedevo cosa c’entrasse il tuo concerto. Ingenua. «Be’, certo che ci vado» risposi.
D’un tratto il fronte temporalesco si trasferì all’interno del piccolo appartamento, e cupi nuvoloni di collera oscurarono lo sguardo di Alex. Ci eravamo appena rimessi insieme e ora io stavo per andarmene a un concerto, non solo senza di lui, ma addirittura con il mio ex fidanzato. Era chiaro che non lo amavo, che sputavo sui suoi sentimenti, che non ero degna della sua fiducia. Un lampo squarciò di nuovo lo strappo appena ricucito e la traditrice venne scacciata. La nostra storia era già finita un’altra volta.
Con il passare delle ore la mia certezza già precaria si andò sgretolando. Da una parte c’eri tu e il sogno di vederti cantare, dall’altro c’era l’angoscia per aver sprecato l’ultima possibilità di guadagnarmi l’amore di Alex. Era una decisione tormentosa, e se c’è una cosa che odio è prendere decisioni. Le lascio per l’ultimo istante, aspettando che arrivi un segno del destino o che qualcun altro decida per me. Nei casi peggiori, allo scadere del tempo il pendolo dell’indecisione si ferma al vertice della sua traiettoria e non mi lascia altra scelta che obbedirgli, pur sapendo che pochi istanti dopo avrei potuto scegliere la cosa opposta. La mia mente continuò a oscillare per tutta la notte, finché, all’alba di domenica 25 luglio, mi alzai e mi preparai a partire.
Ostacolata dal peso del rimorso, ogni movimento mi costava fatica. Mi sembrava di muovermi dentro una vasca piena di fango. Riuscii ad arrivare fino alla stazione di Milano prima di rimanere bloccata nel mio stesso pantano. Mi trascinai verso un telefono, uno di quelli pubblici che oggi non esistono più. Composi il suo numero.
«Pronto.»
«Ciao, sono io.»
«Cosa vuoi?» La sua voce era un blocco di ghiaccio tagliato con l’accetta.
«Be’, ecco, sono a Milano, e pensavo che in effetti hai ragione tu, non è giusto che io vada al concerto.»
«L’hai capito un po’ tardi, no?»
«Sì, hai ragione, però senti, pensavo… e se non ci andassi?»
«Ci sei già andata, mi sembra.»
«No, no, ho cambiato idea, posso tornare a casa adesso e stare con te. Facciamo come se non fosse successo niente. Ho capito di avere sbagliato e torno da te.» Non ero molto soddisfatta del mio tono servile, ma in quel momento ero mossa da uno zelo missionario che aveva la precedenza su tutto il resto.
«Fai come ti pare.»
«Ecco, sì, però ci sarebbe una cosa… insomma, be’… Gio ha comprato i biglietti… mi sembra brutto telefonargli così e dirgli che non vado… pensavo che magari potrei andare a Bologna e dirglielo di persona e poi tornare a casa. Ho guardato l’orario, ce la faccio benissimo. Posso arrivare in serata, così magari andiamo a mangiarci una pizza insieme?»
«Va bene.»
«Allora arrivo alle nove e venti, vieni a prendermi in stazione?»
«Okay.»
Gio non approvò la mia decisione. A dir poco. Provò a farmi cambiare idea, ma io ero inflessibile, tutta compresa del coraggio del mio sacrificio. Gio non si lasciò commuovere. Disse che lui al concerto da solo non ci andava, e che quindi dovevo restituirgli non solo i soldi del mio biglietto, ma anche quelli del suo. Già che c’ero gli offrii anche il pranzo, per il disturbo, e poi, purificata dalla colpa e alleggerita nel portafoglio, ripresi il treno per tornare indietro.
L’odore familiare del lago alleviò appena il senso di fastidio lasciatomi addosso da una giornata in treno. Uscii emozionata dalla piccola stazione e lo vidi lì fuori, appoggiato alla macchina ad aspettarmi. Non sorrideva, ma quella non era una cosa insolita. Aveva mal di testa, si limitò a dire.
Alle nove e trentacinque, mentre tu uscivi sul palco di Firenze, io e Alex ci mettevamo a tavola. La pizzeria era brutta, un salone anonimo con le luci fluorescenti. La pizza era cattiva, mi sembra, ma non sono sicura, visto che la mia attenzione era rivolta solo ad Alex, che non sorrideva e non parlava. Se ne stava lì a masticare con aria noncurante. Certe volte, davanti a lui, provavo solo incredulità.
Mentre il boato degli applausi si placava e tu cominciavi il concerto con una delle mie canzoni preferite, quella che apre Daunbailò con New Orleans in bianco e nero ed Edna Million con un vestito da sballo, io azzardai: «Allora?»
«Allora cosa?»
«Be’, sono tornata, hai visto?»
Ghigno a mezza faccia. «Sì, ho visto.»
Il palco era ingombro di strumenti, tu avevi la bombetta e il tuo solito completo da poeta sgualcito.
«Sono tornata per te.»
«Non me ne frega un cazzo. Potevi anche restare dov’eri, tanto con te non ci torno.»
Poi si alzò e uscì dalla pizzeria, lasciandomi il conto da pagare.
Intanto tu, a Firenze, lanciavi manciate di coriandoli sul pubblico. Poi prendevi il megafono e cantavi il dolce Gesù di cioccolata. Sono ricordi che ho rubato, Tom, come in quella tua canzone. Eppure anch’io sono innocente, quando sogno.
E chissà, forse un giorno riuscirò a vederti.

                                                                                                          Tua,
                                                                                                         Marta

lunedì 6 novembre 2017

God Bless America: Trump e i fondamentalisti cristiani/3

(3. Continua da QUI)

L’importanza dell’istruzione
I fondamentalisti cristiani attribuiscono una grande importanza all’istruzione. Considerano le scuole pubbliche un’intrusione dello Stato nella libertà dei cittadini e intendono sostituirle con scuole private confessionali o con l’istruzione domiciliare. La percentuale di bambini istruiti in casa è passata dall’1,7% del 1999 al 3,4% nel 2012, con circa il 70% dei genitori che cita motivazioni morali o religiose per la propria scelta[1]. In Kingdom Coming, The Rise of Christian Nationalism, Michelle Goldberg parla di Generation Joshua, una campagna avviata nel 2004 dall’attivista di destra Michael Farris per trasformare i ragazzi istruiti in casa in quadri del Partito repubblicano inseriti nella pubblica amministrazione, con l’obiettivo di “combattere la battaglia per conquistare il paese”[2] e sottrarlo al nemico, l’umanesimo secolare.
In seguito alla sentenza di una Corte federale[3] che nel 2005 proibì di insegnare il creazionismo nelle scuole pubbliche, molte famiglie cominciarono a rivolgersi alle charter schools, scuole di proprietà privata, generalmente a statuto no-profit, che però ricevono sussidi pubblici utilizzando un sistema di voucher. Trump, durante la campagna elettorale, ha promesso di favorire la libertà di scelta dei genitori stanziando 20 miliardi di dollari in voucher ed estendendo il contributo dello stato non solo alle charter schools ma anche alle scuole completamente private – comprese quelle for profit – e all’istruzione domiciliare (nel budget proposto dal governo per l’anno fiscale che comincia il 1° ottobre, è previsto un taglio del 14% all’istruzione pubblica e un finanziamento di 1,4 miliardi alle charter schools e agli istituti privati). Le scuole private religiose inserite nel programma dei voucher possono aggirare la sentenza federale che proibisce di insegnare il creazionismo, ricevendo al contempo un sussidio da parte dello Stato. Alcune charter schools adottano l’Accelerated Christian Education, un programma educativo basato sul principio del letteralismo biblico, che nei suoi libri di testo approva la segregazione razziale, condanna l’aborto e l’omosessualità, dichiara che l’astinenza è l’unico modo per evitare l’Aids e sostiene l’esistenza del mostro di Loch Ness come prova contro la teoria dell’evoluzione[4].

3.Continua

lunedì 30 ottobre 2017

God Bless America: Trump e i fondamentalisti cristiani/2

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Cos’è la destra religiosa e qual è il suo programma
Quando si parla di destra religiosa si intende una coalizione informale riunita intorno a un nucleo di evangelicali[1] e cattolici (questi ultimi rappresentano circa il 21% degli americani e hanno votato al 52% per Trump, con una netta distinzione fra bianchi, 60%, e ispanici, 26%[2]), con l’appoggio dei più conservatori fra protestanti storici, ebrei e mormoni. Si tratta di un movimento che ha messo radici nella politica fin dagli anni Quaranta e si è solidamente organizzato a partire dagli anni Settanta, in teoria per contrastare la legalizzazione dell’aborto, ma in realtà per opporsi a una serie di sentenze della Corte Suprema[3] che revocavano l’esenzione dalle tasse di alcune scuole che discriminavano gli studenti neri.
Nel 1979 il telepredicatore della Southern Baptist Convention Jerry Falwell fondò la Moral Majority, un movimento che al suo apice raggiunse quattro milioni di membri, localizzati soprattutto negli stati meridionali della Bible Belt[4], e che svolse un ruolo fondamentale nell’elezione di Ronald Reagan. Quando sciolse il movimento, nel 1989, Falwell dichiarò che l’obiettivo era stato raggiunto: il conservatorismo religioso era definitivamente consolidato come forza politica. Due anni più tardi, dopo l’11 settembre, affermò in un’intervista con Pat Robertson che l’attentato era una meritata punizione divina “per le politiche antireligiose dell’American Civil Liberties Union, per gli abortisti, le femministe, i gay e le lesbiche e tutti quelli che vogliono secolarizzare l’America”[5].
Pat Robertson, un altro telepredicatore Southern baptist che nell’88 si era candidato alle primarie repubblicane, fondò nel 1989 la Christian Coalition of America, che si affiancò nella galassia dei movimenti ultraconservatori a due organizzazioni fondate da James Dobson, il Family Research Council (inserito nel 2010 dal Southern Poverty Law Center nella lista degli hate groups per le sue posizioni che collegano l’omosessualità alla pedofilia) e Focus on the Family. Da quest’ultima organizzazione nacque Love Won Out, programma di “terapia di conversione” inteso a riportare gli omosessuali sulla retta via dell’eterosessualità: un metodo coercitivo condannato da tutte le organizzazioni mediche e psichiatriche e sostenuto, fra gli altri, dal vicepresidente Mike Pence[6].
La forza politica della destra religiosa è dovuta alla grande capacità di mobilitazione del suo elettorato, che si presenta compatto alle urne in un paese dove l’affluenza è sempre piuttosto bassa. Dopo quella di Reagan, anche la vittoria di George W. Bush dovette molto al sostegno degli evangelicali bianchi, che nel 2000 votarono per lui al 68% e nel 2004 al 78%.[7]



2.Continua





[1] Questo è il termine che più correttamente traduce l’inglese evangelical, poiché in italiano “evangelico” viene inteso come sinonimo di protestante in senso generale. Con l’espressione “movimento evangelicale” ci si riferisce ad alcune chiese specifiche – in particolare a quelle sorte dai vari movimenti di Risveglio dell’Ottocento e del Novecento – ma anche a un fenomeno teologico e sociologico trasversale a tutte le denominazioni protestanti storiche.
[4] Letteralmente la “Cintura della Bibbia”, espressione con cui si indica l’area che comprende all’incirca i territori di Tennessee, Virginia, Georgia, Texas, Arkansas, Alabama, in cui i cristiani evangelicali hanno le loro roccaforti.

lunedì 23 ottobre 2017

God Bless America: Trump e i fondamentalisti cristiani/1



Pubblico qui a puntate il mio articolo, uscito sul numero 5/2017 di Micromega, intitolato Europa e Usa: democrazia a rischio. Dopo le religioni americane "simpatiche" che avevo raccontato nel mio libro, questa volta analizzo il ruolo della destra religiosa americana – omofoba, antiabortista, creazionista – nell’ascesa di Trump. Buona lettura.








GOD BLESS AMERICA
La destra religiosa nell'amministrazione Trump

Betsy DeVos: portare la religione nelle scuole
Betsy DeVos, a capo del ministero dell’Istruzione del governo Trump, è stata uno dei candidati più controversi per i posti chiave della nuova amministrazione statunitense. Neppure personaggi estremamente discutibili come il ministro della Giustizia Jeff Sessions, che si porta dietro pesanti accuse di razzismo, e Scott Pruitt, il negazionista dei cambiamenti climatici messo a dirigere l’agenzia per protezione dell’ambiente, sono andati vicini alla bocciatura tanto quanto lei.
Perché un’opposizione così accanita? Certo DeVos sembra del tutto inadatta a ricoprire la carica di ministro dell’Istruzione, sia perché è una nemica delle scuole pubbliche e una generosa finanziatrice di quelle private (oltre che delle campagne elettorali di molti senatori repubblicani che l’hanno votata[1]), sia per l’incompetenza da lei dimostrata durante le audizioni al Senato. Ma la forte ostilità alla sua nomina – da parte degli elettori quanto dei senatori democratici – è legata anche alla preoccupazione con cui viene vista l’ascesa della destra religiosa nell’ambito dell’amministrazione Trump. Destra religiosa di cui DeVos è un’esponente importante, perché rappresenta una figura chiave per la realizzazione di uno degli obiettivi principali dei fondamentalisti cristiani: la sostituzione delle scuole pubbliche con scuole private di matrice religiosa. Non per niente, pochi giorni prima della seduta di conferma al Senato, Ralph Reed – ex direttore della Christian Coalition di Pat Robertson e fondatore dell’organizzazione ecumenica della destra religiosa Faith and Freedom Coalition – ha dichiarato che l’opposizione a DeVos rientrava nella “guerra contro la religione”[2] portata avanti dal Partito democratico.
In un lungo ritratto pubblicato da "Mother Jones"[3], Kristina Rizga descrive Holland, il paese del Michigan da cui proviene Betsy DeVos, come una specie di replica in miniatura dell’Olanda, con tanto di tulipani, zoccoli di legno e cartelli di benvenuto in olandese. Fondato a metà del XIX secolo dagli immigrati di una setta calvinista conservatrice, la Chiesa Cristiana Riformata, Holland è un paese ricco, con pochi crimini e poca disoccupazione, dove è proibito fischiare e gridare dalle 11 di sera alle 7 del mattino, dove se le autorità decidono che uno steccato è troppo malandato possono abbatterlo e mandare il conto al proprietario, e dove il divieto di insegnare l’evoluzionismo nelle scuole cristiane è rimasto in vigore fino al 1991.
Betsy Prince, diventata DeVos dopo aver sposato Dick, il figlio del fondatore della Amway Richard DeVos, ha una lunga storia di attivismo in favore delle scuole religiose. Nel 2000 ha sostenuto un emendamento alla costituzione del Michigan che permetteva il finanziamento delle scuole private con fondi pubblici; l’emendamento è stato dapprima approvato per via legislativa e poi bocciato in un referendum. In un’intervista rilasciata nel 2001 durante un raduno dei più ricchi cristiani degli Stati Uniti, DeVos ha affermato: “desideriamo confrontarci con la cultura in modi che continueranno a far avanzare il Regno di Dio”[4]. Il modo principale era stato finora quello delle donazioni (la Dick and Betsy DeVos Family Foundation ha donato 8,6 milioni alle scuole private religiose), ma oggi Betsy – che non è una trumpiana della prima ora: nelle primarie repubblicane ha appoggiato prima Jeb Bush e poi Marco Rubio – è arrivata ai vertici del sistema educativo statunitense e può agire per cambiarlo dall’interno.
1.Continua

mercoledì 18 ottobre 2017

Ottobre a Lampedusa

Dopo tantissimi anni che non andavo al mare, quest'anno mi è venuta una gran voglia di vacanza. Ho scelto Lampedusa per ragioni puramente geografiche: non ero libera prima della seconda settimana di ottobre, e dove trovare ancora caldo, in quel periodo? A ciò si aggiunga il fatto che a causa di un trauma infantile posso fare il bagno solo se il mare sembra una piscina, e questo restringe notevolmente il campo delle mie possibili mete balneari. 
Per ovviare almeno in parte alla possibile catastrofe di una settimana di maltempo su un'isola minuscola dove oltre al mare c'è poco da fare, ho inserito due giorni iniziali a Palermo, che rivedo sempre volentieri. Questa volta poi c'era anche Maria D'Asaro, che mi ha portata a fare un bellissimo giro a Mondello. E sono anche salita sul tetto della Cattedrale


Sull'aereo per Lampedusa c'era Pietro Bartolo, il medico dei migranti reso famoso dal film Fuocoammare (se non lo avete visto lo trovate QUI). L'isola sta vivendo una rinascita del turismo, dopo alcuni anni in cui la gente la identificava solo con le tragedie del mare e si teneva alla larga. Oggi purtroppo le tragedie continuano, ma per fortuna i turisti sono tornati a dare ossigeno all'economia dell'isola. Troppo ossigeno, però, diventa velenoso, e dopo aver parlato un po' con i lampedusani ho capito di aver fatto molto bene a venire in ottobre: d'estate - o meglio, da Pasqua a settembre - la popolazione dell'isola passa da seimila a quarantamila abitanti, le spiagge diventano dei carnai, il mare si riempie di motoscafi, motoscafini e motoscafetti, l'aria diventa irrespirabile per gli scarichi di migliaia di macchine a noleggio, moto e motorini. Qualcuno auspica un limite al numero delle auto che possono girare sull'isola, qualcun altro alza le spalle rassegnato, qualcun altro ancora, come una turista che soggiornava nel mio stesso albergo, dice "eh, ma se decidono di fare un 'turismo sostenibile' poi i prezzi salgono e io non ci posso più venire". 

Ottobre, invece, è il mese perfetto. Temperatura perfetta, sole e brezzolina. Solo un giorno ci ha sorvolate un temporale, alla spiaggia di Cala Croce


Oltre ad andare al mare, che era la mia priorità assoluta dopo anni di astinenza, sono andata a vedere la Porta d'Europa




Imprescindibile il giro dell'isola in barca, con annesso bagno nel mare più bello del mondo, alla Tabaccara


E naturalmente, mille bagni all'Isola dei Conigli



E i migranti? Come racconta QUI Micol Sarfatti: "Dici Lampedusa e pensi immigrazione: inutile negarlo. Pensi agli sbarchi, a una rappresentazione definita da telegiornali, ai toni apocalittici dell’invasione. Pensi magari – e per fortuna – a una narrativa eroica, che ha visto gli abitanti dell’isola in prima linea. Non hanno potuto scegliere, è vero. Ma in inglese esiste un’espressione che s’adatta a loro: grace under fire, grazia quando tutti ti sparano addosso. Un’eleganza speciale, che ai lampedusani viene riconosciuta da tutti."
I migranti guardano il mare, e di certo non vedono quello che vediamo noi.



domenica 8 ottobre 2017

Postcards from New York/26. La teleferica, la leggenda del pugilato e la casa del sogno

Sabato sono andata a Queens per il compleanno della mia amica Chiara, che ha in casa una collezione di poster delle mostre di Mr K



Sulla via del ritorno, visto che mi trovavo sulla linea F della metropolitana che è l'unica ad avere una fermata a Roosevelt Island, ho deciso di fermarmi a fare un giro. L'isola a quanto pare ha un bel parco, ma non avevo molto tempo per girarla, e così mi sono limitata a contemplare la teleferica che porta a Manhattan lungo il magnifico Queensboro Bridge. Avrei voluto prenderla, ma la coda era troppo lunga e così mi sono risparmiata un'esperienza che, devo ammetterlo, mi faceva un pochino paura



Così ho ripiegato sull'altrettanto panoramico e meno inquietante traghetto



La sera, dopo l'immancabile salto da Strand, sono andata a TriBeCa a incontrare la mia amica Laura Andel e il suo fidanzato Carlos all'ottimo ristorante Takahachi. Lungo la strada mi sono imbattuta in questa reliquia della vecchia New York, il Trinity Boxing Club, che nella vetrina espone un cartello con la sua fantastica leggenda


E per concludere la serata, un salto nel mondo di sogno della Dream House


sabato 30 settembre 2017

Postcards from New York/25. Giardini botanici e macchine del tempo

La mia sempre agognata tappa newyorkese lungo la strada del ritorno a casa comincia con una giornata a Brooklyn. Pranzo a Crown Heights e passeggiata con la mia amica Noa e il suo piccolo Ira, che mi portano a visitare il giardino botanico



Da lì mi sposto a Brooklyn Heights, dove aspetto un altra mia amica, Chris, sulla mitica Promenade dove si trova la mia futura seconda casa. Nell'attesa fotografo la signora Libertà, ultimamente messa un po' alla prova ma pur sempre fotogenica



Da lì andiamo a Dumbo a vedere Photoville, un festival di fotografia all'aperto. Dumbo non è più il vecchio quartiere industriale che ospitava topi giganti e artisti (e me quando facevo la pet-sitter), e dove Chris ha abitato per tanti anni. Ora è diventato un quartiere fighetto dagli affitti carissimi, dove resistono ancora pochi edifici non ristrutturati e dove i turisti si aggirano ignari dell'antico fascino del quartiere


Mentre gironzoliamo in cerca di un ristorante che non ci svuoti il portafoglio, Chris mi indica un vecchio edificio un po' cadente, un vestigio della vecchia Dumbo, dicendomi che trent'anni prima aveva vissuto lì dentro, quando si era appena trasferita dal Queens a Manhattan. E il palazzo è ancora identico. Quando ci avviciniamo per dare un'occhiata, scopriamo che il portone d'ingresso è aperto, e ovviamente entriamo. Dentro c'è odore di polvere, una scala di legno scricchiolante e le pareti dipinte con una vernice verdolina che dev'essere ancora quella originale. Siamo tornate indietro nel tempo. Saliamo le scale, e Chris mi mostra la porta dell'appartamento al secondo piano, quello dove abitava lei. In quel momento sentiamo qualcuno entrare dal portone. Chris si sporge a guardare dalle scale e grida: "Sei tu!". La donna che sta salendo accompagnata da un cane è la sua coinquilina di trent'anni prima, che non ha mai lasciato l'appartamento. Ci fa entrare. La casa è esattamente come Chris la ricorda, stessi stanzoni enormi, un po' cadenti e poco arredati (c'è anche una Tv degli anni Ottanta), stesso bagno angusto e scrostato. Meravigliosa. Dio, quanto amo questa città. Sta cambiando anche lei (come è documentato in questo triste libro appena uscito), e in fretta, ma venderà cara la sua pellaccia.


giovedì 28 settembre 2017

L'oroscopo di Mr K

Siete dell'Ariete? Questa settimana Rob Brezsny vi porta a esempio Mr K 



(Brezsny aveva già inserito Mr K nel suo oroscopo in precedenza, per la precisione nel 2008, per il segno della Vergine).

mercoledì 13 settembre 2017

Tutti mi dicono beata te

Tra una settimana torno a casa.
Di solito quando arrivo qui sto benone, normalmente in forma. Ultimamente, però, verso la fine dei tre mesi comincio a sviluppare imperscrutabili disturbi dell'epidermide, chiazze rosse che si diffondono sulla faccia e/o sul corpo senza alcuna plausibile spiegazione. L'altra volta era la psoriasi, stavolta chissà. Allergia, herpes, micosi, muschi o licheni? Vediamo se anche stavolta in Italia mi passa tutto. Verso la fine dei tre mesi inoltre digerisco male, mi viene mal di testa appena bevo un sorso di vino californiano, mi viene il torcicollo a furia di dormire con un cuscino in testa (oltre che con i tappi e la macchina del rumore bianco, chi ha letto il mio libro sa cos'è, gli altri si arrangino) per non sentire le vicine che mi camminano sopra al mattino presto (che tanto le sento lo stesso e mi sveglio e poi scrivo questi post incazzati).
Soprattutto, verso la fine dei tre mesi non ce la faccio più a fingere come tutti gli altri che la marea di disperati che mi circonda ovunque in questa città non esista, non riesco più a fingere che sia normale che le strade siano piene di gente malata e sporca che non ha una casa, gente che spesso ha problemi mentali ma è lasciata a se stessa, pericolosa per sé e per gli altri. Sono stanca di vedere la gente che li evita schifata come se avessero la peste, per poi accorgermi che faccio la stessa cosa anch'io. E che la sera quando torno a casa cammino tesa e veloce, perché non si sa mai che quel pazzo che grida in mezzo alla strada non decida di prendersela con me.
Sì, beata me, torno a casa. 
(Sì, certo, anche l'Italia è piena di problemi. Grazie, lo sapevo già.)

martedì 12 settembre 2017

Diciamolo in italiano: un libro e un blog


Vi ricordate quando facevo il Dizionario Itanglese-Italiano? Ora Licia Corbolante mi segnala un nuovo blog, molto ben fatto, che comincia così:

Quel ramo del lago di Como sud coast oriented, tra due catene non-stop di monti tutte curvy, a seconda dell’up-down di quelli, divien quasi a un tratto small-size e a prender un look da fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera overside; e il ponte, che ivi linka le due rive, par che renda ancor più friendly all’occhio questo effetto double face, e segni lo stop del lago e il restart dell’Adda, fino al remake del lago dove le rive, sempre più extralarge, lascian lo spread dell’acqua rallentarsi in un relax di nuovi golfi curvy.

E c'è anche un libro, con la prefazione di Annamaria Testa.

lunedì 11 settembre 2017

La faccia dei venti dollari

"L’etnocidio degli indiani fu portato avanti parallelamente allo sviluppo capitalistico con la conquista del West. Nel 1814 Andrew Jackson diresse i suoi uomini mentre scotennavano gli indiani morti per confezionare briglie per i cavalli e si premurò che i souvenir provenienti dai cadaveri fossero distribuiti alle signore del Tennessee. Nello sterminio dei Creek aveva sovrainteso alla mutilazione di ben ottocento cadaveri di uomini, donne e bambini amputando loro il naso per poterli contare e dimostrare a tutti che la sua missione di civiltà era stata compiuta. A giustificazione delle sue imprese, Jackson dichiarò che “questi selvaggi non possono neppure essere evangelizzati né c’è speranza che entrino a far parte della nostra civiltà”.
Nel 1829 fu proprio Andrew Jackson, ormai divenuto settimo presidente degli Stati Uniti, a firmare l’Indian Removal Act, la deportazione di 17.000 Cherokee dalla Georgia al Missouri lungo il “sentiero delle lacrime”. Pochi mesi dopo l’arrivo nel territorio indiano, i Cherokee erano ridotti a meno di 2000." 
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Eccolo, Andrew Jackson, proprietario di schiavi e settimo presidente degli Stati Uniti (molto amato da Donald Trump), sulla banconota da 20 dollari.



Sembrava che fosse passata la proposta di sostituire la faccia di questo mostro con quella di Harriet Tubman, ma poi sono arrivati degli altri mostri alla Casa Bianca ed è saltato tutto.